Intrappolati? La cultura secondo Marco Aime

Cultura” è il titolo di un saggio antropologico pubblicato nel 2013 da Marco Aime, docente di antropologia culturale all’Università di Genova e collaboratore de “La Stampa”.

Questo piccolo libro racchiude, in poco più di cento pagine, un’accurata descrizione di uno dei problemi che ora più che mai pervadono i dibattiti politici e ideologici: quello del rapporto tra culture.

Alla razza come tratto distintivo tra gli uomini, infatti, non ci crede quasi più nessuno; il nostro DNA non ci regala alcun tipo di superiorità, e questa idea ha portato fin troppi danni.

Esiste, però, un elemento che ci “intrappola” fin dalla nascita, ci etichetta come parte di un certo gruppo, in quanto ci differenzia dagli altri, e si presta meravigliosamente a quei partiti di tendenza xenofoba che, alla ricerca di rispettabilità, vogliono l’ultima e più funzionale novità in fatto di distinzione tra popoli: la cultura.

Aime analizza questo termine così inflazionato, spiega come sia quell’insieme di norme, abitudini, costumi e quant’altro, con cui l’uomo ha colmato l’incompletezza iniziale caratteristica della sua specie, che lo rende, essenzialmente, il più imbranato tra i cuccioli animali. Ci racconta poi delle innumerevoli definizioni coniate nel tempo e come la cultura influenzi completamente la nostra vita, dal corpo fino alle percezioni. “Non è vero che non mangiamo qualcosa perchè non ci piace, non ci piace, perchè non la mangiamo”.

L’attenzione si sposta poi sul controverso tema della diversità culturale. Dal perché delle differenze, a come queste tendano a sovrapporsi e disegnare nuovi panorami nella complessa trama dei meticciati e degli scambi che caratterizzano la società attuale, Aime ci regala la sua visione di cultura come “prodotto di un continuo lavoro di bricolage”.

Lo scrittore completa la sua opera mettendoci in allarme rispetto alle “trappole dell’identità” e proponendo la sua personale visione relativa al rapporto con la differenza, introducendo temi come l’etnocentrismo e il relativismo culturale.

Quello che ne risulta è un saggio approfondito, ma facilmente comprensibile, che sottrae alle immagini di cultura i preconcetti infondati che le appesantiscono legandole indissolubilmente agli individui, i quali ne escono appiattiti da etichette potenzialmente pericolose; suggerisce invece una nuova e più fluida visione dell’identità, che non dimentichi che l’uomo è tanto più uomo quanto più sfugge al determinismo della sua nascita.

Maria Cristina Niero

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