Revenant: Un film che lascia senza fiato

Revenant-Redivivo è attualmente definito da molti in modi diversi, da “esperienza sensoriale” a “capolavoro”, passando per classificazioni come “western classico” o “drammatico”. Ora, prima di iniziare a parlarne, è obbligatorio fare una premessa:come tutte le grandi pellicole cinematografiche, questo film non è classificabile sotto alcun genere, bensì è una sensazionale epopea a sé stante, che si è ampiamente meritata i 3 oscar(miglior attore, miglior regia e miglior fotografia) su 12 nomination e i 3 golden globes.

Hugh Glass è una persona che ha vissuto per anni in un villaggio indiano fino alla sua distruzione, con suo figlio, Hawk.
In seguito viene assunto come guida da dei cacciatori di pelli e, durante una rara sosta in una radura , il gruppo viene attaccato da una tribù indigena e costretto ad una ritirata sulla barca su cui stanno discendendo il fiume. Fin dal primo minuto si viene coinvolti in una atmosfera cruda, violenta quanto vera, poiché episodi di combattimento e razzie tra coloni e nativi succedevano molto spesso. Dopo aver deciso di sbarcare per non essere sotto gli occhi del nemico il protagonista viene attaccato dagli orsi e ferito gravemente. Per un compenso due dei suoi compagni si offrono di dargli degna sepoltura se morirà. Ciò non accade perché il compagno più irrequieto e spietato, interpretato da un Tom Hardy a dir poco torbido e senza scrupoli , segnato da un passato truce, lo seppellisce vivo, uccide il figlio che gli si oppone e scappa ingannando il suo giovane collega circa l’accaduto. Il ferito però è ancora vivo e, motivato dalla rabbia e dalla sofferenza per la morte del figlio, compirà un viaggio atroce e straziante costellato di violenza e deliri mentali per cercare vendetta. Certo, il tema può risultare banale, ma la vividezza delle immagini, la magistrale interpretazione degli attori basata su movimenti, cenni, espressioni, sguardi e lamenti riescono a catturare lo spettatore per due ore e mezza fino ad un finale amaro e sanguinario probabilmente già scritto nelle menti di molti, che però lascia intendere più cose di quanto possa sembrare ad una prima e superficiale analisi.

Da un punto di vista tecnico, Inarritu coordina perfettamente un lavoro a dir poco stremante,composto da un taglio fotografico preciso, basato sul confronto tra l’uomo e gli spazi incontaminati di una gelida America ottocentesca, ancora abbastanza vergine da poter risultare un temibile avversario per tutti, dai coloni ai pellerossa. Il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki,infatti, porta a casa la sua terza statuetta consecutiva, grazie alla ripresa che sfrutta solo luci naturali delle impervie location. Costumi e trucco (messo su Di Caprio in 4-5 ore ogni volta) raggiungono picchi di bravura che rendono la vicenda adattata perfettamente al contesto storico. Il film è basato su pochi ed incisivi dialoghi che completano il profilo psicologico dei personaggi solo grazie alle loro azioni ricche di errori umani (quando il protagonista deve prendere degli oggetti non lo fa sempre al primo colpo, riuscendo a non rendere schematiche e cinematografiche le azioni) causati del freddo e dalla debolezza, spesso realmente percepite dagli stessi. Numerosi sono infatti gli episodi in cui l’oscar come miglior attore protagonista ha dovuto compiere azioni rischiosissime, senza l’uso di alcuna controfigura, che avrebbero potuto portarlo all’assideramento, come buttarsi in un fiume glaciale e pungente alla rigidissima temperatura di quaranta gradi sotto lo zero lo stare nudo nel corpo di un cavallo morto, o un mangiare fegato di bisonte crudo. Una vera bronchite ha assalito l’attore durante le riprese: la tosse che si sente è originale, causata dalla recitazione in una natura caratterizzata da un forte algore separato dal corpo attraverso pellicce di quaranta e passa chili. Ottimo anche il comparto sonoro che accompagna in modo calzante una storia piena di suspense, riuscendo a coinvolgere emotivamente colui che assiste agli avvenimenti. Il montaggio segue in modo discreto tre filoni con protagonisti personaggi dotati di ideali e valori diversi che alla fine convergono in un’unica, drammatica situazione.

In conclusione, la pellicola offre una storia; ispirata a fatti realmente accaduti dal combattimento dell’uomo contro l’orso al suo viaggio nel glaciale Missouri, che attrae anche lo spettatore più schizzinoso, incuriosito dal vedere come i diversi personaggi interagiranno tra loro e usciranno da una determinata situazione. La riflessione implicita, a mio parere, è quella basata sul particolare rilievo che si dà, soprattutto all’inizio e alla fine, al respiro. Il respiro è vita, tutti ne sono provvisti, tutti lottano continuamente per averla ma la sfruttano in modo molto diverso, chi per avarizia chi per amore.

Una singola parola non basta per descrivere l’intero significato del film, né tantomeno l’intera bellezza. Una tale esperienza sensoriale su grande schermo è imperdibile.

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